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29/11/13

128. Dentro e fuori il silenzio

Nei mesi scorsi ho passato un lungo periodo di silenzio comunicativo mediatico, ho avuto l'istinto, l'impulso e l'esigenza di disinteressarmi e liberarmi dai vari social network, messaggi, blog, siti, telefoni, newsletters ecc.. Questo fondamentalmente perchè ho usato le mie energie semplicemente per vivere.

A volte mi sembra che si stia scoppiando di comunicazione, di parole, di possibilità di vedere/sentire/leggere cose, tanto che si fa di tutta l'erba un fascio e diventa difficilissimo concentrarsi sulla qualità, l'approfondimento, la riflessione. A volte tutto ciò mi causa un effetto opposto: divento estremamente lenta, mi prendo tutto il tempo che occorre per approfondire e vivere e creare ciò che voglio approfondire. Vivere e creare, e me ne frego, se così si può dire, delle comunicazioni, dei media, di internet. E' come una difesa, e questo credo lo capiscono bene tutti, e forse molti di voi lo attuano o ne sentono l'esigenza. E' non solo una difesa, ma una necessità per creare e vivere a volte.

Ho passato l'estate nell'eremo della terrazza sul mare in Romagna. Lo chiamo eremo perchè quest'estate, per una contingenza di fatti vari, ero lì da sola - però con arrivi di ospiti da varie parti del mondo, incluso viaggiatori servas, che mi divertono molto! - e avevo bisogno di quel cielo e di quel tempo di solitudine assolata per ricaricarmi, riflettere, decidere e procedere. L'ultimo anno l'avevo passato in Italia a Milano poichè mio padre si era ammalato, mia mamma non era in gran forma e non ci sono purtroppo altri fratelli e sorelle. Lì mi sono risucchiata con tanti impegni vari (ho anche insegnato storia dell'arte a un istituto serale), e come mi accade sempre in quella città che mi aliena, mi ero trovata fuori dal centro e incapace di portare avanti con calma e profondità sia scelte di vita importanti sia il mio lavoro artistico (mi ero arenata, e non riuscivo a mettermi a montare il video di Finger and the Moon 3 poichè dovevo prima imparare il nuovo programma di HD e lo stress e gli impegni azzeravano ogni cosa).

E finalmente quest'estate, complice l'effetto sicuro che sempre hanno su di me il sole, la natura, il cielo e l'aria buona, mi sono ricentrata e sono tornata a respirare, vivere, stare bene, decidere, e lavorare artisticamente. Per tutto ciò ho dovuto usare molte energie, molta calma, e molto tempo, per quello non ho più scritto qui su questo blog, sull'altro, sulle newsletter, su fb, ecc. Certo, quest'estate comunque non sono stata con le mani in mano, oltre a lavorare finalmente al montaggio del mio ultimo video ho anche fatto dei workshop e costitutito un'Associazione culturale..ma il mood di fondo di tutta l'estate era il silenzio, la meditazione, la lentezza, le decisioni ponderate, il sole e il cielo (soprattutto visto dalla mia adorata amaca brasiliana). Ah, a proposito, vi presento Fiore il mio gattino magico di appena (allora) due mesi.


Nei mesi successivi sono stata ancora isolata perchè li ho passati continuando a montare il video, cosa che quando finalmente comincio la lavorazione di un video, mi richiede un'attenzione e una dedizione praticamente totali, a parte le necessarie incombenze pratiche e familiari. A volte scoppio che non ne posso più, ma ci vuole così tanto tempo (almeno per me) per finire un'opera video, che non finisce mai! - e quando lo interrompo per più giorni di fila, poi impiego altrettanti giorni per riprendere il filo da dove l'avevo lasciato....Vabbè, di solito dicono però che i miei video sono belli ;), ma quanta fatica, e quanta maniacale (sì è così, lo ammetto) dedizione!

E Poi però, a metà novembre, son emigrata a Berlino (frutto di una delle scelte scaturite dal ritiro estivo...), e qui sto cominciando a spuntare fuori dal guscio e a riprendere a comunicare... ma di Berlino vi parlerò nel prossimo post!

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Avevo espresso questa esigenza di silenzio (che non è solo personale ma anche sociale, come proposta alternativa in momenti di crisi, ecc.ecc.) nella mia ultima performance, attuata al Flash Art Fair a Milano, ma anche all'opening della Biennale di Venezia, coinvolgendo il pubblico in un loop di silenzio che da estroverso diventa introverso, dal partecipare nel mondo ti trovi a partecipare nell'anima.




4'33 Chorus Loop, Biennale di Venezia Opening, 2013 




"Dubitate di tutto, ma non dubitate mai di voi stessi. "
André Gide


"L’immaginazione è tutto. E’ la previsione di quello che attrarrete nella vostra vita." 

Albert Einstein


"Qualunque cosa tu possa fare, qualunque sogno tu possa sognare, comincia. L’audacia reca in se genialità, magia e forza. Comincia ora."

Johann Wolfgang Göethe


08/06/13

123. Articolo sulla 55 Biennale di Venezia

All'Opening della 55 Biennale di Venezia

(Dall'articolo scritto per il quotidiano 'La Voce di Romagna' che mi ha dato l'accredito per la vernice)


Con tante opere, incontri, emozioni, fatiche, file, camminate, come al solito, e pioggia e freddo (meno solito), si è inaugurata mercoledì 29, giovedì 30 e venerdì 31 maggio la 55 Biennale di Venezia, che apre al pubblico dal primo giugno al 24 novembre.
L’opening veneziano per gli addetti ai lavori dura tre giorni perché la Biennale è un fitto e spazialmente enorme insieme di mostre e di padiglioni nazionali, collocata principalmente nella vasta aerea dei Giardini e nei suggestivi ex cantieri dell’Arsenale, ma anche in diversi sedi e palazzi sparsi in tutta la città. Come al solito tante opere, tante suggestioni, tanti opening, tanti party, tanti artisti, curatori, galleristi, visi noti e meno noti, visi amici, visi conosciuti e sconosciuti, visi di ogni nazionalità e linguaggio. A volte una vera Babele, dove ci si perde, e dove bisogna anche lasciarsi andare al caso, perché nemmeno volendolo si può vedere tutto ciò che c’è da vedere, e incontrare tutti coloro che si desidera incontrare.

Marino Auriti  The Encyclopedic Palace of the World, ca. 1950s - photo © Liuba 2013

Sono venuta a Venezia con due precisi progetti, entrambi impegnativi e divertenti allo stesso tempo: fare una performance a sorpresa basata sul silenzio (come buco nero di un momento che stiamo attraversando, dove mancano le parole, e ci mancano le parole per farci sentire, o il paese non sembra aver bisogno della cultura e degli artisti anche se sempre più li cerca) e avere una visione delle opere esposte per riflettere su ciò che sta accadendo nel panorama artistico internazionale e potervele raccontare.  Progetti impegnativi perché antitetici, seppur sovrapposti: quando mi preparo per la performance e vago per i Padiglioni della Biennale, lo faccio senza vedere le opere, ma osservando  tutto in funzione della scelta dello spazio in cui farò l’intervento e mi concentro solo su quello. Quando invece ho la testa libera dalla performance, mi trasformo in visitatore e giornalista, per cogliere le opere, goderle o giudicarle, ammirarle o criticarle, parlarne con gli altri e lasciarle lavorare dentro di sé (che poi è questo ‘lasciar le opere lavorare dentro di sé’ che, a mio avviso, è la ricchezza più nutriente e stimolante dell’arte).

Già da parecchi anni la Biennale d’Arte di Venezia si struttura secondo due grandi pilastri: le mostre dei Padiglioni nazionali, ciascuno con il suo curatore e il suo progetto, ospitata nei Padiglioni che le singole Nazioni hanno acquistato da tempo ai Giardini o all’Arsenale, o affittato in città, o scelto appositamente (per esempio il Portogallo quest’anno si è presentato a Venezia con una nave proveniente da Lisbona e ormeggiata davanti ai Giardini, interamente allestita dall’artista Joana Vasconcelos), affiancata dalla Mostra Internazionale del curatore della Biennale, nominato per ogni edizione, e collocata all’Arsenale e in parte ai Giardini.

Quest’anno il curatore della mostra Internazionale è Massimiliano Gioni, giovane ma già molto famoso curatore italiano, presente nello staff direttivo del New Museum di New York, e il titolo dell’esposizione è Il Palazzo Enciclopedico. Massimiliano Gioni ha introdotto la scelta del tema evocando l’artista auto-didatta italo-americano Marino Auriti che “il 16 novembre 1955 depositava presso l’ufficio brevetti statunitense i progetti per il suo Palazzo Enciclopedico, un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell’umanità, collezionando le più grandi scoperte del genere umano, dalla ruota al satellite. L’impresa di Auriti rimase naturalmente incompiuta, ma il sogno di una conoscenza universale e totalizzante attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accumuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti visionari che hanno cercato – spesso invano – di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza.”

Questa scelta curatoriale e questo presupposto concettuale hanno dato luogo a una mostra molto complessa, fuori dall’ordinario, estremamente ricca di ‘inventari’ di opere di artisti e non artisti anche poco o totalmente sconosciuti, molto interessante e ben allestita (giustamente però Marco Senaldi, sulle pagine di Artribune, evidenzia la pecca di aver nascosto le meravigliose strutture proto industriali dell’Arsenale dietro a un allestimento museale asettico e impersonale), che però si è presentata più come una grande opera curatoriale che come un insieme di opere artistiche belle e innovatrici. Una caratteristica, questa, che sta attraversando il mondo dell’arte ma che per molti addetti ai lavori risulta discutibile, poiché l’arte diventa solo un mero strumento per veicolare le visioni del mondo del curatore, che diviene l’artista finale.

Oliver Croy and Oliver Elser , The 387 Houses of Peter Fritz (1916–1992), photo © Liuba 2013

 Sia all’Arsenale che ai Giardini, per il Palazzo Enciclopedico, sono stati presentate opere compulsive di persone autistiche, serie di foto delle Alpi viste dall’alto e pioneristicamente fotografate a fine ‘800 dallo svizzero Eduard Spelterini nei sui viaggi in Mongolfiera, la collezione di foto di Cindy Sherman sul tema dell’identità, teche con sculture in legno di splendidi animali in miniatura per teatrini da mostrare in giro per il mondo di Levi Fisher Ames, pagine giornaliere di taccuini rigorosamente riempiti e disegnati ogni giorno dell’anno, come quelli di Josè Antonio Suarez Londono, o splendidi modellini di case abitative, progettate e realizzate dall’obliato Peter Fritz, agente assicurativo che aveva passato la vita a costruire tipologie di case abitative rigorosamente in scala e qui presentate, prendendole in blocco con un’operazione duchampiana, dalla coppia di artisti austro-tedeschi Oliver Croy and Oliver Elser.

 
José Antonio Suarez Londono, Franz Kafka, Diarios II 1914-1923, 2000 - photo © Liuba 2013

Interessante questo lavoro di catalogazione del mondo che perviene da questa mostra che si srotola per centinaia e centinaia di metri e di stanze fra gli Arsenali e i Giardini, curioso scoprire il lavoro quasi maniacale di persone più o meno conosciute che hanno lasciato tracce di sé attraverso il loro fare, commovente la riscoperta al mondo di queste opere e percorsi già trascorsi e ora rimessi in vita, sfizioso il concetto di enciclopedia e di inventario che ricorre nel succedersi delle opere mostrate, ma è mancata la presenza di grandi emozioni derivate dalle opere, e la forza artistica e innovatrice delle proposte. Altre due chicche in mostra erano l’originale del libro dei sogni di Carl G Jung, e le opere-seminari di Rudolf Steiner, opere belle e rarie ma anche qui non certo opere d’arte autonome e nemmeno recenti (e vi parla qualcuno che adora il mondo di Jung e la sua vasta opera).

Ci sono state naturalmente eccezioni, come il bel video sperimentale della giovane francese Camille Henrot che ha vinto il Leone d’argento come promettente giovane artista, o l’Italiana Rossella Biscotti con un progetto realizzato con le donne del carcere della Giudecca (ma poi presentato solo in forma di suono e di scultura creata col compost del carcere).

Ci si è anche domandato come mai la nostra società si stia avvolgendo su sé stessa e si proponga al mondo con la ripresa del passato e con il ripiegarsi su ciò che è andato. Curiosa infatti è la coincidenza con la grande mostra inaugurata, sempre in quei giorni a Venezia, alla Fondazione Prada a Ca’ Corner della  Regina, che ha ricostruito in TOTO (e dire in toto vuol dire che ha ricreato i muri e la disposizione delle opere proprio come era allora) la storica mostra di Harald Szeehmann alla Kunsthalle di Berna nel 1969. Lo scopo della mostra, visitabile sino al 3 novembre, è quello di riproporre, con la stessa intensità ed energia, le ricerche che andavano dalla Process Art alla Conceptual Art, dall’Arte Povera alla Land Art, sviluppatesi a livello internazionale alla metà dagli anni ’60, e di riallestire filologicamente il concept curatoriale. Le opere, seppur create quasi 50 anni fa, sono ancora assolutamente contemporanee e molto godibili, sia dal lato estetico-formale che concettuale. E divertente anche la telefonata dell’artista Walter De Maria (tramite il telefono usato nel 1969 per quest’opera intitolata Art by Telephone) alla quale ha risposto in diretta una Miuccia Prada circondata dai fotografi.

Ci si domanda allora: siamo in una crisi di identità così grande che la società si ripiega sul passato?
(Ci ricordiamo anche della scorsa grande e bella edizione di Documenta (13) a Kassel curata dalla bravissima Carolyn Christov-Bakargiev, dove si sono visti, oltre in verità a innumerevoli lavori nuovi e site specific appositamente progettati per la grande kermesse, la riproposta di artisti passati o dimenticati o mai conosciuti, che comunque ha emozionato conoscere e/o rivedere).


Miuccia Prada che risponde alla chiamata di Walter de Maria dal telefono-opera - photo © Liuba 2013






















L’opera di Walter De Maria ‘Art by Telephone’ del 1967 - photo © Liuba 2013




Ritornando alla Biennale, grande attualità e spesso spettacolari proposte si sono viste invece nelle singole mostre dei Padiglioni Nazionali, che hanno presentato in alcuni casi opere davvero potenti, assolutamente contemporanee e innovative, oltre che emozionanti e stimolanti.
Ai Giardini per esempio l’artista russo Vadim Zakharov ha presentato Danae, un’interessante installazione interattiva centrata sul tema del denaro, dell’uomo e della donna. Per questo lavoro il pavimento del piano superiore del padiglione russo ai Giardini, costruito 100 anni fa, è stato sventrato per realizzare un largo buco quadrato che permette dall’alto di vedere ciò che accade al piano inferiore,  dove le donne del pubblico - nella parte inferiore del Padiglione non veniva permesso agli uomini di entrare - alle quali viene fornito un ombrello trasparente, vengono investite da una pioggia di monete d’oro proveniente da una piramide posta nel soffitto. Sui muri del piano superiore ci sono le parole rivolte all’uomo, al quale viene ricordato che è il momento di confessare, tra le altre, lussuria, avidità, narcisismo, invidia, ingordigia e stupidità. Lo stesso uomo costretto, iconograficamente, a flettersi (il buco realizzato per osservare la pioggia d’oro è circondato da un inginocchiatoio in velluto rosso) davanti al dio denaro.

Molto interessante, poetico e innovativo anche il Padiglione di Israele, dove l’artista Gilad Ratman ha presentato The Workshop 2013 un’installazione multicanale site-specific e performativa,  ispirata a un viaggio sotterraneo intrapreso da una piccola comunità di persone da Israele a Venezia. Il loro viaggio epico comincia nelle caverne israeliane, attraverso pericolosi varchi sotterranei fisici, ma anche simbolici,  per poi irrompere nel pavimento del padiglione israeliano, da un tunnel sotterraneo scavato per l’occasione. Queste persone quindi si ‘installano’ nel Padiglione e diventano i partecipanti del workshop, che consiste nel scolpire il loro autoritratto con l’argilla e inserirvi un microfono con registrati i suoni delle proprie voci. Un progetto complessivo che si attua quindi attraverso diversi media, dal video, al suono, all’installazione, alla scultura, alla performance, alla Land Art, a un intervento fisico nella struttura del padiglione, in un connubio certamente riuscito e significante.

    Gilad Ratman,  The Workshop 2013, particolare della videoinstallazione - photo © Liuba 2013


Ancora il ‘Padiglione in sé’ è protagonista dell’operazione concettuale di Francia e Germania che per quest’edizione, e in simbolo di pace, si cambiano il relativo Padiglione Nazionale, in ricordo e in occasione del 50mo anniversario del trattato dell'Eliseo che mise fine a mille anni di guerra tra Germania e Francia. I padiglioni nazionali quindi diventano terreni simbolici di identità nazionale, scambio di identità, e materiale installativo da plasmare all’esigenza del progetto.

A tale proposito riuscito e stimolante è anche il Padiglione della Danimarca, sempre ai Giardini. L’artista Jesper Just, in collaborazione con un architetto e un comunicatore, ha chiuso l’entrata principale del padiglione stesso, facendo entrare i visitatori da un’entrata posteriore immersa in simulacri di lavori in corso, aprendo una connessione tra lo spazio dell’opera, lo spazio fisico del padiglione e lo spazio digitale del messaggio e sottolineando la sinergia con l’installazione video multicanale presente all’interno, che riflette sull’immigrazione,  sul rifiuto, sui detriti, sul paesaggio.


Notevole è anche il Padiglione degli Stati Uniti, con l’artista Sarah Sze che in tre mesi costruisce in loco un’installazione poliedrica intensa e apparentemente caotica costruita con miriadi di materiali assemblati, che ricrea un caos del cosmo, che poi caos non è più.

    Sarah Sze,  Triple point, 2013 – particolare dell’installazione - photo © Liuba 2013


Bello, poetico, denso e intenso il lavoro di Alfredo Jaar al Padiglione Cileno all’Arsenale, che con un’installazione altamente suggestiva, riflette sull’anacronismo delle Nazioni presenti con un proprio Padiglione Nazionale ai Giardini, padiglioni costruiti a partire dall’inizio del secolo scorso e non più adeguati a rappresentare la vasta e mutata geografia politica attuale. Jaar presenta infatti una struttura quadrata di metallo di 5 metri x 5 riempita di acqua, del colore dei canali veneziani, dalla quale, approssimativamente ogni tre minuti, emerge il plastico, ricostruito rigorosamente in scala 1:60, dell’Area dei Giardini di Venezia con i suoi 28 Padiglioni Nazionali. Il plastico architettonico dei Giardini rimane visibile per alcuni secondi, e poi si ri-immerge lentamente nelle acque verdastre della laguna. Questa installazione coinvolgente è un intervento evocativo e critico per esaminare in che modo la cultura del nostro tempo, costituita da network globali sempre più complessi, possa essere adeguatamente rappresentata su un palcoscenico internazionale.


    Alfredo Jaar, Venezia Venezia, 2013 - photo © Liuba 2013

  
Degno di nota, non forse per la qualità delle opere rappresentate, ma come notizia del suo esserci come Nazione, è il nuovo Padiglione della Santa Sede, all’Arsenale, che ha investito parecchie migliaia di euro per presentare opere centrate sul tema della creazione, ispirandosi ai primi 11 capitoli della Genesi. Tano Festa, Studio Azzurro (che con un’installazione video interattiva ricorda, non raggiungendone però l’altezza, le opere di Bill Viola), Josef Koundeka e Lawrence Carroll. Che anche il Vaticano stia capendo, a modo proprio, che la cultura non è sempre ‘pericolosa’ e che si potrebbe tornare alle grandi committenze che hanno fatto fiorire il Rinascimento?

Il Padiglione Italia, invece, nella sua recente collocazione alla Tesa delle Vergini all’Arsenale, e quest’anno curato da Bartolomeo Pietromarchi, ha presentato sette ambienti – sei stanze e un giardino – che ospitano ciascuno due artisti in dialogo fra loro. Alcuni binomi e opere erano più riusciti di altri, le proposte si indirizzavano verso linguaggi che spaziavano dall’installazione, alla performance, alla fotografia, e al suono e all senso dell’olfatto. Singolare e forte, a questo proposito, vorrei evidenziare l’opera  olfattiva Per l’eternità di Luca Vitone, che in stretta collaborazione col maestro profumiere Mario Candida Gentile, riporta le essenze di rabarbaro svizzero, belga e francese, come evocazioni olfattive del disastro ambientale dell’Eternit, costringendoci, annusando l’essenza diffusa nell'ambiente, ad associare immagini inquietanti di presenze tossiche nell’aria che respiriamo.

Ci sarebbero ancora molte opere da analizzare o da mostrarvi, ma vi consiglio di andarci di persona e di lasciarvi interrogare dalle opere e relazionarvi con ciò che vedete. Ci sarebbero ancora molte parole da dire, ma vi lascio con silenzio, che è l’opera performativa che ho presentato a sorpresa durante l’opening. Avvalendomi di una partitura ispirata al famoso pezzo di John Cage 4’33” che ho eseguito più volte di fila e accogliendo nella performance persone che desideravano interagire con me, ho incarnato, attraverso il silenzio, la difficoltà di parlare e di farsi sentire in un momento di grande crisi e di mancate speranze come quello che la nostra società sta attraversando, e la possibilità di essere sé stessi nonostante tutto, semplicemente connettendosi con ciò che si è.







          Liuba, 4’33” Silence Loop, 2013 performance a sorpresa con interazioni spontanee -  photo Riccardo Lisi

                                               guarda più foto della performance
      





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Tutte le foto dell’articolo: © LIUBA 2013, courtesy Biennale di Venezia
Per la performance di Liuba: © LIUBA 2013, foto di Riccardo Lisi, courtesy of the artist









17/03/13

117. 4'33" Chorus Loop - foto


4'33" Chorus Loop, performance collettiva per coro di persone assortite   © Liuba 2013

4 performances in 4 giorni - Flash Art Event, Milano 
photos Mario Duchesneau



 (patto di partecipazione)




 
   






















Fra corse, visioni, luci, rumori, suoni e gente del Flash Art Event a Milano, ho proposto una performance collettiva che prevedeva la partecipazione di persone del pubblico disposto a creare un coro che eseguisse, per un numero x di volte, il pezzo di John Cage 4'33", ossia il famoso brano del silenzio.

Un coro di persone assortite che sono rimaste in silenzio per decine di minuti, e dove il patto di partecipazione, che le persone hanno dovuto sottoscrivere per partecipare, implicava l'impegno a non lasciare la performance prima che fosse finita e a scrivere le proprie riflessioni ed emozioni dopo che fosse finita. Ciò che mi interessava, e mi interessa, è usare la performance come 'strumento' per un lavoro su sè stessi che le persone sono stimolate a provare.
 La tensione che si è creata fra i partecipanti e me, che guidavo il coro, fra i partecipanti fra loro e fra i partecipanti e il pubblico, è stata molto emozionante intensa e curiosa.  Il pubblico guardava in silenzio, noi che performavamo in silenzio, in un incrocio di sguardi, di occhi, di osservazioni, di tempi e di quiete, in mezzo al turbinio della fiera. Un rapporto e una fusione tra guardante e guardato, osservante e osservato, performante e spettatore, che ha contribuito, nella sua maniera sottile e discreta, a volgere l'attenzion, almeno per una volta, verso l'interno e non l'esterno di noi stessi.




Per chi vuole ecco la presentazione del progetto


Questo progetto implica la partecipazione del pubblico.
In questa fase della società e della ricerca artistica, mi interessa che l’arte e la performance diventino uno strumento ad uso del pubblico, uno strumento che possa aiutare le persone a indagare dentro sé stessi e a mettersi in gioco.
In particolare, questa performance si focalizza sulla capacità di stare in silenzio, in quiete e in piedi, per un periodo abbastanza lungo di tempo, provocando nelle persone che vi partecipano diverse emozioni e diversi modi di viversi questa sfida. Costruire questa performance dà alle persone la possibilità di lavorare su sé stessi e sulla meditazione.
Per questo motivo ho scelto il famoso brano di Jonh Cage 4’33” declinandolo in maniera performativa e collettiva e facendolo diventare qualcosa di nuovo e di paradigmatico del tempo in cui stiamo vivendo.
In un periodo di crisi e di implosione, come quello in cui siamo, un coro di persone che performano in silenzio, diventa icona e simbolo di questo stato di implosione e di mancanza di parole, ma anche terreno fertile per ritrovare dentro di sé le motivazioni e le forze per una successiva ripresa e rinascita.  Inoltre, stare in silenzio davanti a un pubblico guardante si presta molto bene per riflettere ‘introspettivamente’ su sé stessi, facendo in modo che la performance diventi un terreno di ascolto di sé e delle proprie emozioni. 
La semplice ripetizione del pezzo in loop è un elemento fondamentale del progetto, poiché causa un allungamento del tempo da passare in silenzio, diventando anche una sfida di resistenza e di ascolto da parte dei partecipanti e da parte del pubblico.